Hasting, il più vile di tutti, parlò per tutti loro: “La brezza che abbiamo desiderato sta diventando frequente, e dolci venti favorevoli stanno soffiando un percorso per noi. Se non siete contrari, andiamo a Roma ed assoggettiamola alla nostra signoria, come abbiamo fatto in Francia.”
Questo consiglio fu molto gradito a tutti e, una volta che le vele furono scelte dai razziatori, voltarono le prue lontano dalle rive dei franchi. Invero, dopo essere stati portati in lungo e in largo su i flutti profondi e dopo aver rivendicato per se stessi terreni su entrambe le sponde, desiderando arrivare di nascosto a Roma, padrona delle nazioni, salparono verso la città che si chiama Luni.
Così, i signori della città, terrorizzati dal pauroso assalto di questi uomini, fortificarono la città con molti uomini armati. Il blasfemo Hasting, giudicando che la città non poteva essere catturata da tutte le armi del mondo, escogitò il più abominevole degli inganni. Così, mandò un messaggero al conte della città ed al vescovo, per riferire loro le seguenti parole. Il messaggero, in piedi davanti ai loro occhi, riportò queste parole, dicendo: “Il duca Hasting dei daci e allo stesso modo tutti i suoi seguaci, espulsi con lui da molto tempo dalla Dacia, vi offrono fedele servizio. Non vi è sconosciuto che noi, espulsi da molto tempo dalla Dacia, trasportati dal movimento vorticoso delle meravigliose alte onde, fummo portati in giro per tutti i mari, fino al regno dei franchi. Inoltre, abbiamo attaccato questo regno, garantitoci per assegnazione dagli dèi, abbiamo lottato molto con tutte le nostre forze in battaglia contro i franchi, e abbiamo rovesciato l’intera regione al comando del nostro signore. Ma desiderando, quando tutti erano stati soggiogati alle nostre autorità, di tornare alla nostra terra nativa, ostacolati prima dai venti del nord sfavorevoli, poi dai venti contrari dell’ovest e del sud, tutti contro la nostra volontà giungemmo a malapena ai tuoi confini.
Non siamo venuti a saccheggiare la città con la spada, né a caricare bottini nelle nostre barche. Non ne abbiamo la forza, essendo stati affaticati da tanti pericoli. Vi supplichiamo di concederci una pace negoziata, autorizzateci ad acquistare ciò di cui abbiamo bisogno. Il nostro signore, indebolito e riempito di molto dolore, vuole essere redento da voi attraverso la fonte che dà la salvezza, e diventare cristiano.
E se lui dovesse, in questa infermità, cadere in preda alla morte, vorrebbe essere sepolto in questa città per la vostra misericordia e la vostra compassione.”
Udito questo, il prelato e il conte risposero al messaggero, dicendo:”Siamo a favore di fare con voi un patto di eterna alleanza e di rendere il vostro signore, un cristiano”.
Il messaggero riferì quindi al suo signore, il più abominevole di tutti gli uomini, tutto ciò che egli stesso aveva detto loro in modo fraudolento e tutto quello che aveva sentito. Così, una volta che la pace negoziata venne emanata, i traditori pagani ed i cristiani ebbero a che fare gli uni con gli altri, attraverso molti accordi, molti acquisti e anche attraverso assemblee comuni. Nel frattempo il battesimo venne preparato dal vescovo, ma non andò a beneficio del traditore. Le acque vennero tratte dal pozzo e santificate. I lumi vennero accesi per il sacro mistero del battesimo. L’impostore Hasting, ideatore malevolo dello stratagemma ingannevole, venne condotto dentro. Entrò nella fonte battesimale, che depurò solo il suo corpo. Empio, ricevette il battesimo, alla distruzione della sua anima. Ricevette il sacrosanto battesimo dal vescovo e dal conte. Consacrato con l’unzione con il sacro crisma e l’olio, venne accompagnato, come se fosse stato malato. Egli non era fisicamente malato, ma un povero malato mentale attraverso il perseguimento del tradimento. Sbiancato solo nel corpo, egli venne portato via, come un malato, alla nave.
Così, egli radunò subito i più vili di tutti a consulta sul suo inganno fraudolento. Fece conoscere loro il segreto detestabile che aveva concepito, nato dal suo cuore folle: “Quando calerà la notte, comunicate al prelato ed al conte che io sono morto e chiedete con serietà, piangendo molto, che mi seppelliscano nella loro città. Dite che darete loro spade e bracciali, e tutto ciò che è di diritto mio.”
Quindi essi andarono, come era stato ordinato, dinanzi ai signori della città, e dissero, gemendo: “Il nostro signore vostro figlioccio, ah, il dolore! E’ morto. Noi sciagurati, vi preghiamo di seppellirlo nel vostro monastero, e di accettare quei grandissimi doni che, morendo, disse di dare a voi.”
Ed essi, infatti, intrappolati da tale sofisma, e quasi accecati dal ricevere tali doni, promisero che il corpo sarebbe stato preso ed adeguatamente sepolto nel monastero. Quindi, i messaggeri portatori di calamità tornarono indietro, riferendo di quello che avevano procurato in modo fraudolento.
Allora l’insolente malizioso, rallegrato dalle loro risposte, convocò i capi di ogni clan. Inoltre, quando erano stati tutti riuniti, Hasting, più vile del più vile di loro, disse: “Ora, fate una bara per me, e ponetemi dentro come se fossi morto. Mettete le mie armi con me, con lamenti, e posizionatevi attorno in circolo. Andate urlando per le strade, e costringere i vostri seguaci a lamentarsi per me. Lasciate che il vostro grido si sollevi in un tumulto per tutte le nostre tende. Lasciate che il grido di coloro che presiedono le navi risuoni assieme a quello del resto delle truppe. Mettete bracciali e cinture dinanzi alla bara. Disponete asce e spade ornate di oro e gemme.”
Ciò che causarono questi ordini è presto detto. Il vociare dei lamentosi e il rombo del luttuosi si sentì. Risuonò la montagna, delle grida di gementi ingannevoli. Il prelato richiamò dalla pianura le genti sparse in tutta la città. Ed il clero venne, vestito in abiti religiosi. Allo stesso modo vennero i signori della città, che dovevano essere coronati dal martirio. Erano presenti le donne, per essere scortate in esilio. Assieme procedettero per incontrare quel mostro messo in una bara. Scolari portarono candelabri e croci, precedendo gli anziani. Hasting, collocato vivo nella bara, era trasportato dai pagani. E i cristiani incontrarono i pagani all’uscita della città. Egli venne portato, da entrambi i popoli, al monastero dove la tomba era stata preparata per lui. Il vescovo si preparò a celebrare una messa per il suo figlioccio. E nel coro si trovava il clero, abituato a cantare cerimoniosamente. I cristiani da essere macellati non riconobbero l’inganno della frode mortale. La messa venne recitata, celebrata solennemente. Tutti i cristiani infatti parteciparono al sacrificio mistico di Gesù Cristo. La liturgia venne completata ed i pagani progressivamente si radunarono; il prelato ordinò che il corpo venisse portato avanti per la sepoltura. I pagani, con gran vociare, pregarono per la bara e dissero, uno dopo l’altro, che non doveva essere sepolta. I cristiani si fermarono, storditi dal loro risposte. Hasting poi saltò giù dalla bara e trasse la spada lampeggiante dal fodero. Il portatore di calamità attaccò il prelato, che teneva un libro in mano. Egli massacrò il prelato e, dopo aver abbattuto il conte, il clero che se ne stava in piedi indifeso nella chiesa. I pagani bloccarono le porte del santuario, in modo che nessuno potesse fuggire. Poi la frenesia dei pagani macellò i cristiani indifesi. Tutti coloro che furono colpiti dalla furia vennero consegnati al macello. Essi sfogarono la loro rabbia nel santuario, come fanno i lupi nei recinti di pecore. Donne soffocarono il gemito nei loro cuori e versarono lacrime inutili. I giovani e le fanciulle vennero legati assieme con le cinghie. L’ultimo giorno di vita capitò a tutti loro, e per tutti loro, questa vita fu breve e irreparabile.
I guerrieri abbatterono tutti i più resistenti con i quali si incontrarono all’interno delle mura della città. I cittadini erano esausti, soffrendo mentre Marte sfogava la sua rabbia. Le truppe che presiedevano le navi erano ormai alle porte, aperte in entrambe le direzioni. Con scintillanti spade appuntite, la ferrea linea di battaglia si trovava a stretto contatto, pronta per la macellazione. Da entrambe le parti si unirono a quelli già in lotta, lotta su ogni lato. In modo crudele uccisero tutti quelli che si opposero a loro con la forza delle armi. Quando lo scontro giunse al termine, ahimè, la comunità dei cristiani era stata massacrata.
La furente frenesia di Hasting si calmò, perché i capi della città erano stati abbattuti. Hasting si sarebbe vantato con i suoi seguaci, supponendo di aver catturato Roma, capitale del mondo. Egli ringraziò di possedere la monarchia di tutto l’impero attraverso quella città che contava essere Roma, la padrona delle nazioni.
Dopo aver appreso che non era Roma, si infuriò e disse: “Prendete bottini da tutta la provincia e date alle fiamme la città. Conducete gli schiavi e più bottino possibile alle navi. Lasciate ai coltivatori di questa terra la sensazione che abbiamo occupato noi stessi il loro territorio.”
Ciò che il ripugnante comandò, venne allegramente attuato.
Tutta la provincia venne attaccata e sconfitta da un nemico vile. Ci fu la massima carneficina ed i prigionieri vennero portati alle navi.
Con la spada ed il fuoco devastarono tutto ciò che era in loro presenza.
Una volta che queste cose furono completate, caricarono le navi con prigionieri e bottino.
Rivolsero quindi le prue verso il regno dei franchi.

(Historia Normannorum, fogli 8-12 del manoscritto di Fécamp, Dudone di Saint Quentin)

Historia Normannorum è una cronaca in latino che alterna prosa a versi, scritta da Dudone di Saint Quentin circa nell’anno 1000.
Il famoso stratagemma è riportato anche nella cronaca in versi Le Roman de Rou di Wace, nella cronaca De Gestis Ducum Normannoricum di William di Jumièges , composta tra il 1026 ed il 1028, nella cronaca in versi Chronique Des Ducs de Normandie di Benoit di St. Maur, e nel Flores Historiarum di Matthew di Westminster, che lo scrisse durante il regno di Edoardo III.
La Saga di Ragnar Lodbrok menziona la cattura di Luni, ma non riporta lo stratagemma adottato.

Questa storia avvincente sembra aver goduto di una notevole popolarità tra gli scandinavi ed i loro discendenti, Saxo Grammaticus nelle Gesta Danorum la riporta due volte, attribuendola in entrambi i casi al suo re, Frotho I:

Fatto ciò, condusse il suo esercito verso la città di Baltisca. Pensando che nessuna forza avrebbe potuto espugnarla, decise di passare dalla forza all’astuzia. Entrò in un oscuro e sconosciuto nascondiglio, solo pochissimi erano a conoscenza di ciò, ed ordinò di diffondere all’esterno la notizia della sua morte, in modo da ispirare nel nemico meno paura; vennero fatte anche le esequie ed innalzato un tumulo per dare credito al racconto. Anche i soldati piansero la sua presunta morte con un lutto che era il segreto dell’inganno.
Questa voce portò Vespasius, il re della città, a mostrare una così debole e fragile difesa, come se la vittoria fosse già sua, che il nemico ebbe la possibilità di romperla, e lo uccise mentre giocava a suo agio.

E ancora:

Poi attaccò Londra, la città più popolosa dell’isola, ma la forza delle sue mura non gli dava la possibilità di catturarla. Pertanto, finse di essere morto, e la sua astuzia lo rafforzò. Daleman, il governatore di
Londra, sentendo la falsa notizia della sua morte accettò la resa dei danesi, offrì loro quartiere e permise che entrassero nella città, così che potessero riconoscerlo tra una grande folla. Essi finsero di decidere attentamente, ma assalirono Daleman di sorpresa una notte, e lo uccisero.

E’ vero che in nessuno dei due casi lo stratagemma è esattamente come quello raccontato da Dudone ed i suoi successori, perchè non si fa menzione del desiderio del capo normanno di essere sepolto nella città assediata e del funerale finto. Tuttavia, in fondo la storia è la stessa, ed è probabile che vi sia qualche connessione tra queste varianti. E’ stato ripetutamente sottolineato che Londra è chiamata Lundunaborg nei testi norreni, mentre Luni è chiamata Lunaborg, e la conclusione stabilita è che la storia fu trasferita dalla meno conosciuta Luni alla più famosa Londra, un verificarsi abbastanza comune nell’evoluzione delle storie.
Non è però finito il numero di varianti di questo racconto.
Snorri Sturluson racconta come il re Harald Hardråde, circa nell’anno 1040, catturò un castello in Sicilia più o meno nella stessa maniera:

Il quarto castello che raggiunse Harald era il più grande tra tutti quelli di cui abbiamo parlato. Era così robusto che non vi era alcuna possibilità di irrompere in esso. Circondarono il castello, in modo che nessun rifornimento potesse entrare. Erano rimasti qui un breve periodo di tempo, quando Harald si ammalò, e si recò al suo letto. Aveva fatto porre la sua tenda un po’ lontano dal campo, perché potesse trovare tranquillità e riposo lontano dal clamore e dal clangore degli uomini armati. Essi andavano da lui per ascoltare i suoi ordini e poi tornavano, e la gente del castello osservando che c’era qualcosa di nuovo tra i variaghi, inviò delle spie per scoprire che cosa ciò potesse significare. Quando le spie tornarono raccontarono della malattia del comandante dei variaghi, e che nessuna pianificazione di attacco al castello era stata fatta. Dopo un po’ le forze di Harald cominciarono a venir meno ed i suoi uomini erano molto demoralizzati; tutto ciò venne appreso dagli abitanti del castello.
Alla fine, la malattia di Harald peggiorò così rapidamente che la sua morte era attesa da tutto l’esercito.
Successivamente, i variaghi andarono dagli uomini del castello, ed in un colloquio dissero della morte del loro comandante, pregando i sacerdoti di concedergli sepoltura nel castello. Quando sentirono questa richiesta, ci furono molti di loro che amministravano conventi o altre grandi strutture all’interno del posto, e che erano molto desiderosi di ottenere il cadavere per la loro chiesa, sapendo che avrebbe comportato ricchi doni. Un gran numero di sacerdoti quindi indossò tutte le vesti, e uscì dal castello con la croce, il sacrario
e le reliquie, formando una bellissima processione. Anche i variaghi fecero un gran funerale, la bara venne innalzata, avvolta in una tenda di prezioso lino e preceduta da numerosi stendardi. Quando la bara varcò il portone d’accesso al castello, i variaghi la deposero subito a terra, bloccarono con una sbarra il portone per tenerlo aperto e suonarono alla battaglia con tutte le loro trombe, mentre traevano le spade.
L’intero esercito dei variaghi, completamente armato, si precipitò dal campo per assaltare il castello con urla e grida, mentre i monaci e gli altri sacerdoti che si erano recati per incontrare il cadavere e si erano battuti l’uno con l’altro per chi dovesse essere il primo a ricevere l’offerta per il funerale, stavano ora battendosi molto di più per chi dovesse essere il primo a sottrarsi ai variaghi, poichè questi uccidevano chiunque si trovasse dinanzi loro, fosse chierico o sconsacrato. I variaghi frugarono il castello così bene che uccisero tutti gli uomini, saccheggiarono ogni cosa, ed accumularono un enorme bottino.

(Haraldssaga Harðráða, capitolo 10, Snorri Sturluson)

Come si può facilmente vedere, questo testo si avvicina molto di più a quello di Dudone di Saint Quentin e dei suoi successori, e non è probabilmente un caso che la scena sia ancora collocata in Italia, anche se il tempo della storia è quasi due secoli più tardi. Certo è che questo tema sembra aver goduto di una popolarità speciale con i normanni stabiliti nel sud Italia, infatti lo si trova ancora, questa volta attribuito a niente meno che Roberto il Guiscardo, nel lavoro di Guilielmus Apuliensis (fine del XI secolo), che riferisce di come i normanni presero una fortezza calabrese per mezzo dello stesso stratagemma:

Mentre saccheggiava qua e di là, non era in grado di catturare una fortezza, e così ricorse a uno stratagemma per entrare; era molto difficile accedere in quanto vi erano molti abitanti, e la comunità monastica che viveva lì non permetteva a nessuno sconosciuto di entrare.
L’astuto [Roberto] escogitò un ingegnoso trucco. Disse ai suoi uomini di annunciare che uno di loro era morto. Quest’ultimo fu posto in una bara, come se fosse morto, e su ordine di Roberto venne coperto con un panno di seta che nascondeva il suo volto (come è consuetudine dei normanni). Spade furono nascoste nella bara, sotto la schiena del corpo. Venne condotto verso l’ingresso del monastero per essere sepolto lì, e questa finta morte ingannò coloro che non potevano essere presi da uomini viventi. Mentre si stava svolgendo un semplice servizio funebre, l’uomo che stava per essere sepolto d’un tratto balzò in piedi, i suoi compagni recuperarono le loro spade e si gettarono sugli abitanti del luogo che erano stati ingannati da questo trucco. Che cosa poteva fare quella gente stupida? Non potevano né lottare né fuggire, e vennero tutti catturati. Così, Roberto, collocasti il primo presidio in una fortezza. Egli non distrusse tuttavia il monastero, né cacciò la comunità monastica da esso. Roberto raccolse una forza molto potente in questa fortezza, e divenne ancor più amato dai suoi uomini, poiché era tanto potente in guerra quanto saggio.

(Gesta Roberti Wiscardi , libro II, Guilielmus Apuliensis)

Accade così che questa impresa fu posta dal cronista in un intervallo di circa dieci anni dopo l’exploit di Harald Hardråde. Questo non significa che questo tema non abbia trovato favore al di fuori di Scandinavia e Italia: dopo tutto, le cronache in versi di Wace e Benoit godettero di molta popolarità tra la gente che non aveva dimestichezza con il latino, e quindi non è sorprendente che lo stratagemma venisse ripreso nella chanson de geste conosciuta con il titolo di Jehan de Lanson, opera del XIII secolo. Qui la cittadella di Lanson è presa più o meno allo stesso modo: Rolando recita il morto ed è posto in una bara, la sua buona spada Durlindana accanto a lui. I dodici compagni, in lutto, guadagnano l’ammissione nel castello. Poi il “morto” tutto d’un tratto si alza, gli addolorati compagni estraggono le spade e massacrano la guarnigione.

In Inghilterra lo stratagemma sopravvisse nel Hyde Book (scritto probabilmente prima del 1136). L’eroe di questo episodio è l’anglo-sassone Hereward, che si dice abbia ottenuto l’ammissione ad un castello simulandosi cadavere e fattosi portare in chiesa per la sepoltura. Balzando in piedi dalla bara, si rese
comandante della fortezza.
Più di mezzo secolo fa, lo studioso danese Johannes Steenstrup sottolineò che la storia è una di quelle che sono facilmente trapiantate da un paese all’altro ed è chiaro dagli esempi valutati che i normanni stessi erano i propagatori del racconto , senza dubbio con lo scopo di lusingare il loro orgoglio nazionale ed impressionare gli ascoltatori. Tuttavia, è altrettanto certo che la storia deve essere iniziata da qualche parte, ed è interessante indagare l’origine della variante più antica, che è il racconto di Dudone di Saint Quentin.
E’ ben noto che i normanni entrarono nel Mediterraneo attraverso lo Stretto di Gibilterra e che
saccheggiarono sia territorio cristiani che moreschi con un’equa imparzialità.
E’ anche noto che Luni fu presa dai saraceni, già nel 849, mentre l’invasione scandinava del Mediterraneo è posta dai cronisti moreschi nel corso dell’anno 245 (8 aprile 859 – 27 marzo 860). E’ possibile che Dudone,
come è riconosciuto per averlo fatto in altri casi, abbia trasferito ai vichinghi un exploit dei saraceni, poiché è l’unico cronista indipendente a parlare della cattura di Luni da parte di Hasting e dei suoi vichinghi.
Comunque sia, si pone la questione: Come ha fatto Dudone ad escogitare lo stratagemma adottato, essendo egli è il primo a parlarne?
Due possibilità, ovviamente, devono essere considerate:

(1) I vichinghi avevano familiarità con lo stratagemma, lo utilizzarono effettivamente nella cattura di Luni o dissero di averlo utilizzato per impressionare il loro pubblico.

(2) I vichinghi, o loro panegiristi, sentirono parlare di questo stratagemma o ciò su cui si fonda e lo attribuirono a se stessi.

Ora, è certamente una curiosa coincidenza che una storia simile circa un finto funerale, ma totalmente estraneo ai normanni e non collegato a qualsiasi guerra o assedio, era presente in Italia dal XIV secolo, relativamente alla completa distruzione della città etrusca di Luni, situata alla foce del Magra, sul confine tra Toscana e Liguria, vale a dire, la città la cui distruzione Dudone attribuisce ad Hasting ed ai suoi Normanni.
Il resoconto italiano recita come segue:

Il signore di Luni fu un uomo giovane e bello, ornato di quel tipo di bellezza maschile che non è nota a lasciare cuori femminili indifferenti. Ora accadde che un imperatore venne ad abitare nelle vicinanze con la moglie, che subito si innamorò del giovane signore. La sua passione era ricambiata, e la coppia concordò uno stratagemma per soddisfare il loro desiderio. La moglie finse la morte e fu debitamente sepolta. Il principe irruppe nel sepolcro e fuggì con lei. Purtroppo, il marito ferito non tardò a scoprire il trucco, uccise i due amanti e rase la città al suolo.

(Descrizione di tutta l’Italia, Leandro Alberti)

Tale è il racconto, come riferito da Leandro Alberti, uno scrittore rinascimentale. Nel suo testo egli cita tre strofe dal Diltamondo di Fazio degli Uberti. Questo, e un accenno alla storia stessa nel Itinerarium Syriacum del Petrarca, in cui viene confrontata Luni con Troia come esempio dei pericoli portati dal peccato di lussuria, dimostrare che la storia era conosciuta, almeno in Toscana, già nel XIV secolo. Dante (Par. XVI. 73) si riferisce a Luni come una città completamente distrutta, ma egli non fa menzione della storia. Egli può averla conosciuta, dal momento che un suo concittadino e contemporaneo, il cronista Giovanni Villani, allude ad essa. Giovanni Sercambi non parla di un imperatore e di sua moglie, ma di una coppia reale, Astechi e Tamiris, che sbarcò a Luni, mentre l’amante della bella donna non è il signore di Luni, ma un
semplice oste.
Questa strana storia è da tempo riconosciuta come una variante del racconto bizantino di Re Salomone e la moglie infedele. Non sappiamo come venne ad essere localizzata a Luni, ma è chiaro che è stato per spiegare la completa distruzione della città.
Così abbiamo due storie, entrambe relative a un finto funerale, che riportano del disastro che colpì la città etrusca:

(1) Il normanno Dudone di Saint Quentin parla di uno stratagemma, l’uomo che finse di essere morto è il capo vichingo Hasting.

(2) Gli italiani si riferiscono allo stratagemma di una moglie infedele che superò in astuzia il marito e fuggì con il suo amante. Il risultato, tuttavia, è lo stesso in entrambi i casi: la città è distrutta.

Ovviamente, queste due storie, entrambe localizzate a Luni, non possono essere sorte in modo indipendente, ma devono in qualche modo essere collegate. Così sorge la domanda: come si può spiegare questa coincidenza?
Ci sono due alternative:

(1) Il racconto riferito da Dudone era noto anche in Italia, ma gli italiani, non amando il pensiero di essere rappresentati come messi nel sacco da un astuto vichingo, lo sostituirono con una variante della leggenda di Salomone, che ebbe anche l’episodio del finto funerale.

(2) La variante del racconto di Salomone era stata localizzata a Luni prima dell’anno 1000; Dudone (o la sua fonte) la sentirono, ma la alterarono, trasformando l’intrigo amoroso in uno stratagemma ridondante per l’intraprendenza e l’astuzia del capo guerriero normanno.

Si vedano ora le rispettive probabilità di queste due alternative. Dudone ed i suoi successori, nella misura in cui si riferiscono alla caduta ed alla distruzione di Luni, sono scrittori che si rivolgono solo ai nord europei, non sono mai citati da autori italiani, e la massima quantità esistente delle loro opere si trova ancora oggi nelle biblioteche a nord delle Alpi. Nessuna delle varianti italiane dello stratagemma lo localizza in Toscana. In breve, non vi è nulla indicante che gli italiani avessero familiarità con il racconto di Dudone relativo alla cattura di Luni.
La situazione è abbastanza diversa se assumiamo di tenere conto della seconda alternativa. La storia di Salomone e di sua moglie infedele era nota da Bisanzio all’Atlantico. Come per la variante localizzata in Toscana, sappiamo che i nordici, fossero pellegrini o soldati, ascoltavano avidamente i racconti dei ciceroni nelle città italiane. È quindi molto probabile che a qualche normanno in viaggio verso Roma venne raccontato della distruzione di Luni e che egli, o qualche altro normanno al quale raccontò quello che aveva sentito, ricordando che la stessa città era riportato fosse stata catturata per un po ‘di tempo dai vichinghi nel IX secolo, modificò la storia trasformandola in uno stratagemma per renderla adeguata nel contesto dell’assedio e della cattura di Luni da parte dei propri compatrioti.

FONTI

Alexander H. Krappe, “The Norsemen at Luna”, Scandinavian Studies 18
Dudone di Saint Quentin, “Historia Normannorum”
Guilielmus Apuliensis, “Gesta Roberti Wiscardi”

Scritto da Nicola “Surtr” Fin