Origini

Le lingue nordiche (norvegese, svedese, danese, islandese, faroese) fanno parte della famiglia linguistica indoeuropea, nonché del gruppo germanico-nordico.
I primi documenti che attestano l’esistenza di tali lingue nell’area scandinava risalgono al III sec. d.C. e sono scritti in forma runica (le rune rimasero di uso assolutamente comune fino al XIV secolo, mentre nel resto dell’area germanica sparirono molto prima. Esse erano usate soprattutto per iscrizioni funerarie o brevi testi di carattere magico e celebrativo).
Le lingue nordiche hanno origine da un idioma comune in tutta la Scandinavia detto “protonordico”, il quale presenta numerose analogie con le altre lingue germaniche (come ad esempio il gotico). Tra il VI e l’ VIII sec. vanno però sviluppandosi cambiamenti fonetici importanti che porteranno alla distinzione degli idiomi nordici da quelli germanici; fino all’anno 1000 circa si manterrà una certa unità linguistica in tutta la Scandinavia, mentre la grafia runica varia leggermente: dalle originarie 24 rune si elabora un sistema di sole 16 rune.
Tra l’ VIII e l’ XI sec. (periodo vichingo) cominciano a diffondersi decine di dialetti: il fenomeno è anche legato al fatto che in questo periodo le popolazioni scandinave iniziarono un processo di colonizzazione dell’ Islanda, della Groenlandia, e di molte altre zone dalle isole britanniche alla Russia. Sempre nello stesso periodo, inoltre, inizia la graduale conversione al cristianesimo di tali popolazioni, il che porterà all’adozione dell’alfabeto latino. A questo punto, quindi, le rune vengono relegate al solo uso epigrafico.
L’alfabeto latino permette finalmente di mettere per iscritto narrazioni che fino a quel momento venivano tramandate solo oralmente. Grazie a questi manoscritti è stato possibile rintracciare una lingua comune denominata “norreno” , la cui diffusione va dall’ XI al XIV secolo e di cui troviamo traccia in opere quali l’ “Edda” di Snorri Sturluson. All’interno di tale idioma comune vanno però formandosi anche differenze che determineranno la nascita delle moderne lingue scandinave.
In particolare, la lingua oggi definita danese è la più dinamica e la prima a mutare e semplificare la propria morfologia. Questo cambiamento segnerà una divisione tra lingue nordiche continentali (danese, svedese, norvegese) e lingue nordiche insulari (islandese, faroese).
Le lingue continentali vengono in seguito molto influenzate non solo dal latino ma anche dal tedesco, laddove le lingue insulari non ne sono quasi per nulla contaminate.

Uso moderno

Dopo vari sviluppi morfologici, lessicali e sintattici, nell’area scandinava si sono affermate le lingue che oggi conosciamo come danese, svedese e norvegese. Per quanto riguarda l’islandese e il faroese ricordiamo che, essendo parlate in territori piuttosto isolati, esse non hanno subito grandi cambiamenti linguistici nel corso dei secoli e costituiscono quindi una testimonianza abbastanza fedele del funzionamento del norreno.

Danese: la base della lingua danese ha origine nel norreno, e nel corso dei secoli è stata arricchita da prestiti provenienti principalmente dal latino, dall’inglese, dal tedesco e dal francese. Caratteristici sono i lessemi che rispecchiano l’evoluzione della cultura del paese: la costruzione di luoghi religiosi durante la conversione al cristianesimo portò l’introduzione di parole come kloster (convento). Dal 1800 in poi, invece, sono i termini inglesi ad entrare e contaminare la lingua danese.

Norvegese: nel periodo medievale, si cominciano a distinguere due differenze dialettali nell’area norvegese: il norvegese “orientale” nell’ Østlandet e nel Trøndelag (che presenta analogie con danese e svedese), e il norvegese “occidentale” nel Vestlandet. Quando, nel 1300, il centro politico norvegese fu spostato da Bergen a Oslo, la varietà occidentale divenne la lingua della burocrazia e quindi assunse una connotazione “ufficiale”, mentre la varietà orientale, costituito da numerosi dialetti, continuò a persistere a livello orale e colloquiale. Questo insieme di dialetti è detto antico norvegese. Dal 1350 in poi, i rapporti con le regioni scandinave limitrofe divennero più forti: questo delineò un cambiamento nella lingua orale; il norvegese “orientale” si diffuse al punto che la lingua burocratica venne abbandonata. L’ idioma utilizzato in questo periodo è pertanto denominato medio norvegese. Dalla Riforma al 1800, la lingua ufficiale scritta in Norvegia divenne il danese. Con il diffondersi della stampa e a causa di questa subordinazione, quindi, il norvegese non subì una standardizzazione della forma scritta. Il norvegese continuava ad essere usato oralmente, ma era sempre più contaminato dal lessico danese nelle città, mentre nelle campagne persistevano i vari dialetti. Dopo la pace di Kiel del 1814 e con il passaggio della Norvegia sotto la corona svedese, il norvegese ritornò ad entrare in vigore, ma seguì due strade diverse. Nonostante esistessero decine di dialetti diversi in tutto il Paese, si poneva il problema di come standandizzare la forma scritta. Si distinsero perciò due correnti.
La prima, promossa dal linguista Knud Knudsen, intendeva “norvegesizzare” la lingua danese prendendo a esempio il dialetto delle classi alte di Oslo: questa corrente venne definita Riksmål (“lingua del regno”); nel 1929 venne ribattezzata Bokmål (“lingua dei libri”).
La seconda corrente, sostenuta dal filologo Ivar Aasen, rifiutava qualsiasi contaminazione del danese nella lingua ufficiale norvegese. Aasen intraprese quindi un viaggio che lo portò in tutta la Norvegia, al fine di registrare quante più variazioni dialettali possibili di ciascun lessema in tutti i dialetti esistenti. Questa fu la base che gli permise di costruire la lingua chiamata Landsmål (“lingua della nazione”), ribattezzata nel 1929 in Nynorsk (“neonorvegese”).
Bokmål e Nynorsk sono oggi entrambe lingue ufficiali in Norvegia, sebbene la diffusione del Bokmål sia molto maggiore (90%). Queste due variazioni sono tuttavia forme scritte: in Norvegia continuano ad esistere, nella comunicazione orale, i dialetti regionali.

Svedese: è la lingua nordica con maggior diffusione, essendo lingua ufficiale non solo in Svezia ma anche in Finlandia e in alcune isole. A differenza degli altri idiomi scandinavi, lo svedese comincia a differenziarsi e a svilupparsi già in età vichinga (IX secolo): questa fase è detta “runsvenska” (“svedese runico”). Con l’avvento del cristianesimo e l’adozione dell’alfabeto latino, nasce lo svedese antico, mentre tra il XIV ed il XV secolo comincia a prendere forma lo svedese moderno: i mutamenti in questa fase sono molto profondi e riguardano non solo il lessico ma anche la fonetica (lo svedese è infatti la lingua nordica con più suoni diversi, molti dei quali sono totalmente assenti negli altri idiomi scandinavi). Durante i decenni, inoltre, la lingua svedese subirà ulteriori processi di semplificazione (come ad esempio l’eliminazione della forma plurale del verbo). Come nel caso del danese, infine, negli ultimi anni si sono moltiplicati i prestiti linguistici provenienti soprattutto dall’ inglese.

Faroese: utilizzata unicamente dagli abitanti delle Isole Færøer (circa 48.000 persone), dove è considerata lingua ufficiale accanto al danese, che viene insegnato nelle scuole. Per le sue particolari caratteristiche, si pone a metà tra l’islandese e il norvegese occidentale. La produzione letteraria in faroese è molto limitata, sebbene negli ultimi anni ci sia stata una notevole crescita di autori che scelgono questa lingua per le proprie opere.

Islandese: l’antico islandese è la lingua usata per la maggior parte della produzione letteraria scandinava medievale, ed è costituita da un insieme di dialetti parlati in Norvegia a partire dal IX secolo. Anche in questo caso, la conversione al cristianesimo e l’adozione dell’alfabeto latino costituiscono una tappa fondamentale che ha permesso all’islandese di essere scritto e quindi di venire tramandato fino ai giorni nostri.
La fase moderna dell’islandese è intrinsecamente legata alla fase antica o medievale: la lingua moderna è infatti molto simile a quella antica, tanto che un parlante non incontri particolari difficoltà nel leggere i testi antichi. Caratteristica peculiare dell’islandese è sicuramente la grafia: essa infatti è rimasta invariata fin dalla fase antica della lingua, mantenendo quindi grafemi che in altre lingue sono caduti in disuso come þ e ð. Dalla fase antica persiste inoltre l’alto numero di coniugazioni e declinazioni.
È inoltre interessante notare come i prestiti da altre lingue che caratterizzano le fasi contemporanee delle altre lingue scandinave non riguardino l’islandese, che privilegia piuttosto la creazione di neologismi: ad esempio, in islandese la parola “computer” diventa “tölva”, derivata dall’unione di “tölvur” (“numeri”) e “völva” (” veggente”).