L’idromele è la bevanda alcolica prodotta per fermentazione più antica del mondo. Le sue origini risalgono probabilmente alla preistoria ed era una bevanda così diffusa che non si può dire con certezza in quale luogo sia stata creata.

Il primo indizio che riguarda la conoscenza dell’idromele da parte dell’uomo è riconducibile al periodo che va circa dai 20.000 ai 40.000 anni fa. Le popolazioni nomadi che si trasferirono progressivamente dall’Africa continentale al bacino del Mediterraneo portarono con sè api, miele e, a loro insaputa, lieviti selvaggi. Proprio questi lieviti, come quelli bio-ingegnerizzati dalle api quasi un milione di anni prima, erano responsabili della fermentazione di uve da vino, una pratica che ha avuto inizio nel Mediterraneo circa 14.000 a 34.000 anni dopo. Ma fino al momento della rivoluzionaria scoperta fatta da Louis Pasteur, nella metà del 1800, l’uomo non era a conoscenza del fatto che il lievito di birra era la forma di vita responsabile della fermentazione. Come vere e proprie selezionatrici di lieviti, le api sono le vere responsabili dei fondamenti della fermentazione, e questo circa un milione di anni prima che l’uomo comprendesse la natura del metabolismo dei lieviti.

L’origine dell’idromele può essere fatta risalire al continente africano più di 20.000 anni fa. Le api selvatiche si erano ben stabilite, gli elefanti vagavano per il continente e le condizioni meteorologiche seguivano ritmi stagionali, proprio come accade tuttora nel continente Africano. Condizioni di estrema di siccità durante la stagione secca si alternavano a piogge torrenziali nella stagione delle piogge. Questo andamento climatico avrebbe potuto causare fenditure nella corteccia del Baobab e del Miombo, dove, durante la stagione secca, le api vi avrebbero creato il loro nido, e durante la stagione delle piogge le cavità si riempivano di acqua.
Acqua, miele, lievito selvatico, e con un po’ di pazienza l’idromele ebbe origine. I primi Boscimani africani e alcune altre tribù raccoglievano non solo miele, ma anche l’idromele creato dalla natura, e le successive ondate migratorie di persone che hanno lasciato l’Africa per spostarsi verso le altre parti del mondo hanno portato con sè qualche conoscenza di idromele e di come produrlo. Ad esempio se ne trovano tracce nella Rigveda (libro sacro della religione Vedica e più tardi dell’Induismo) e in alcuni ritrovamenti archeologici risalenti al 7000 a.C. scoperti nel nord della Cina; ma la prima testimonianza scritta è stata rinvenuta nell’isola di Creta e risale al 2000 a.C. con la nascita del culto del dio Dioniso (Bacco per i romani).

Alla fine il metodo per produrre l’idromele divenne ben noto in Europa, India e Cina. L’idromele è la bevanda per eccellenza delle popolazioni germaniche e nord-europee medievali in quanto a causa delle temperature rigide la vigna non cresceva in quei territori. Ma la produzione dell’idromele cominciò ad estinguersi con il progressivo processo di urbanizzazione. Questo è accaduto 1700 anni fa in India, 1500 anni fa in Cina e circa 500 anni fa in Europa. Ad un certo punto, mentre correva l’anno 1300 d.C., il viaggiatore italiano Marco Polo (1254-1324), tornò dalle isole delle spezie con lo zucchero di canna. Questa fonte di zucchero a basso costo fece in modo che l’uso del miele come dolcificante cadesse in disuso quasi completamente. Nel tardo medioevo e inizio del rinascimento a causa delle alte tasse imposte dai governi agli ingredienti con cui veniva prodotto (il miele in primis, il quale era considerato come cibo che potevano permettersi solo i nobili), l’idromele cominciò a progressivamente a scomparire diventando una bevanda quasi del tutto sconosciuta. La tradizione dell’idromele si perpetrò nei monasteri d’Europa. Il bisogno di creare candele cerimoniali fatte di cera d’api resero necessaria la gestione di colonie d’api e il miele in eccedenza veniva usato per fare idromele, tanto amato dai monaci durante i vari secoli a seguire. Ci sono monasteri in Gran Bretagna che ad oggi hanno all’attivo più di 400 anni di tradizione riguardo la produzione dell’idromele.
La rivoluzione industriale ha determinato un calo significativo della produzione. Il primo estrattore centrifugo del miele è stato inventato nel 1865 dal maggiore italiano Francesco de Hruschka. Secondo la leggenda, gli venne l’idea mentre guardava il proprio figlio che roteava un secchio di miele sopra la sua testa.

Prima di quest’invenzione che rese l’estrazione del miele “industrializzata”, i favi venivano semplicemente schiacciati per rimuovere il miele. In questo modo il miele si riempiva di scarti, di cera d’api schiacciata che veniva facilmente separata dal miele con una semplice sciacquatura fatta con l’acqua calda. E che cosa ne veniva fatto delle acque con il miele? Idromele, naturalmente.
Estrazione meccanizzata significava meno favi avanzati, meno mistura di miele e acqua per fare idromele e un generale declino del mestiere. Dalla metà del 1800 la produzione dell’idromele è sopravvissuta come lavoro artigianale ampiamente apprezzato e commericalizzato su larga scala. È stato, in ogni caso, il tema ricorrente di due dottori molto importanti: il Dr. Roger Morse della Cornell University ha studiato e brevettato due formule di sostanze nutritive per lievito ideale per fare idromele decenni fa; mentre più di recente il dottor Garth Cambray della Makana Honey Company in Sud Africa, ha scritto una tesi su un nuovo processo che può portare il mosto di miele a 12% di gradazione alcolica in appena 24 ore.

LA BEVANDA LEGGENDARIA

Nell’immaginario della popolazione vichinga, l’idromele era una bevanda che portava con sè saggezza e sapienza. La leggenda vuole che le stirpi divine degli Asi e i Vani dopo lunghi anni di battaglie arrivarono ad una tregua e la sugellarono sputando tutti in una coppa, dalla quale in seguito gli Asi (che non volevano che quel simbolo di pace scomparisse) crearono Kvasir, l’essere più saggio che sia mai esistito.
Kvasir era solito peregrinare per il mondo elargendo consigli e condividendo la sua saggezza. Questo lo portò alla casa di due fratelli nani, Fjalarr e Galarr, che lo uccisero e con il suo sangue fecero l’idromele:

“A lungo egli andò per il mondo per recare agli uomini saggezza, ed egli venne ospite da due nani, Fialarr e Galarr, e costoro lo invitarono a un colloquio privato e lo uccisero; fecero scorrere il suo sangue in due recipienti e in una caldaia, essa ha nome Odhrerir e i suoi recipienti si chiamano Sòn e Bodhn. Mischiarono il sangue con del miele e ne venne quell’idromele che chi ne beve diviene poeta e uomo sapiente.”
(“Edda”, Skáldskaparmál, Snorri Sturluson, Adelphi)

I due nani, tempo dopo, assassinarono anche il gigante Gillingr e sua moglie, anch’essi mentre erano loro ospiti. Il loro figlio Suttung, deciso a vendicarsi, si fece donare l’idromele se in cambio avesse risparmiato la vita di Fjalarr e Galarr. Suttung mise l’idromele nella caverna chiamata Hnitbjorg e ne pose la figlia Gunnlöð a guardia. Non passò molto tempo che Odino, sotto le mentite spoglie di Bölverk, riuscì ad entrare con l’inganno nella caverna e dopo aver giaciuto per tre notti con la figlia di Suttung ne ottenne di poter bere tre sorsi di quella preziosa bevanda. Con il primo svuotò […], con il secondo svuotò […] e con il terzo Oðrørir fu svuotato completamente. A quel punto Odino si trasformò in aquila e volò via rapidamente, ma non appena Suttung si accorse dell’accaduto prese anche lui forma di aquila e si gettò all’inseguimento. Odino riuscì a portare in salvo l’idromele ad Asgard, ma durante il trasporto alcune gocce caddero fuori dal becco e si dice che proprio quelle gocce siano l’ispirazione dei poeti di poco conto, mentre la parte portata in salvo viene riservata agli Einherjer e ai poeti di alto livello.

IDROMELE NEL MONDO
L’idromele viene prodotto in tutte le parti del mondo ed ogni popolazione ha la propria ricetta personale che lo caratterizza. Per questo ad esempio abbiamo il Medovina delle popolazioni della Bosnia, Serbia e Repubblica Ceca, oppure il Metheglin gaelico che altro non è che idromele con aggiunta di erbe o spezie come la buccia d’arancia, il coriandolo, la noce moscata o la vaniglia, o ancora il Tej etiope fatto fermentare con lieviti selvaggi (o anche batteri) e con l’aggiunta del gesho (una specie di luppolo legnoso composto da rami e foglie secche). A seconda del popolo che lo prepara abbiamo un ampio spettro di sapori che dipendono dalle spezie aggiunte: si va dal Melomel fruttato, cioè idromele con l’aggiunta di more, lamponi o fragole, al Krupnik polacco, che assume tutte le caratteristiche del liquore e viene prodotto per distillazione.

La ricetta classica prevede l’uso dei seguenti ingredienti:

2 kg di miele della qualità che preferite;
3 litri di acqua (non di rubinetto);
lievito di tipo SafAle;

Per cominciare prendete l’acqua e portatela a temperetura di circa 95°C in modo da eliminare eventuali batteri e poi lasciatela raffreddare. Nel frattempo in un pentolino scaldate il miele a bagnomaria quanto basta per farlo diventare fluido e per limitare l’azione di lieviti selvaggi.
Una volta fluidificato il miele inseritelo nell’acqua e amalgamatelo per bene, dopodichè potete metterlo in un boccione di vetro da 5 litri. Mentre il composto si raffredda bisogna attivare il lievito. Per fare ciò bisogna prendere un bicchiere d’acqua a circa 30° metterci del lievito e dello zucchero (oppure in alternativa prendere un bicchiere del composto preparato in precedenza in quanto già ricco di zuccheri) e versarci dentro la bustina di lievito. Quando comparirà la schiumetta in superficie significa che il lievito è pronto a compiere il suo lavoro e potete versarlo nel boccione assieme all’acqua ed il miele.
Per la fermentazione è necessario munirsi di un gorgogliatore, in modo che il gas che si forma esca tranquillamente e nel contempo impedisce all’aria di entrare e ossigenare troppo la bevanda.
Dopo quattro mesi il vostro idromele è già bevibile e avrà un gusto molto dolce. Più lo lasciate fermentare e più il risultato sarà “secco” e ad alta gradazione alcolica. Voglio comunque ricordare che l’idromele è prodotto per fermentazione e quindi non raggiunge gradazioni alcoliche elevate ma si assesta tra i 10° e i 15°.

L’irdomele è una bevanda che va degustata a temperature decisamente fredde, il suo sapore altrimenti raggiungerebbe dei picchi aromatici che a temperature elevate potrebbero risultare sgradevoli. Inoltre si accompagna benissimo a cibi dal tipico sapore salato quale formaggi o anche a del lardo salato, in quanto il suo gusto dolce persiste al palato e crea un favoloso contrasto di sapori. Anche abbinato a dolci secchi come i cantucci, a frutta secca o addirittura al cioccolato (di per sè difficile da abbinare a bevande) fa sentire in pieno la sua potenza aromatica.

Ottima anche come bevanda da degustare il suo gusto non manca di colpire il palato, badando però che l’elevata presenza di zuccheri fa sì che l’alcol entri subito in circolazione dandovi una piacevole sensazione di euforia.
Che lo beviate accompagnato a qualche cibo o semplicemente come bevanda, vi ricordo che l’idromele è una bevanda a contenuto alcolico per cui va bevuta con moderazione e con responsabilità:

“Soma migliore non si sopporta per via d’un gran buon senso; viatico peggiore l’uomo non si porta appresso del bere smodato.”
Carme n° 11 dell’Hávamál da “Il canzoniere Eddico”, Piergiuseppe Scardigli, 1982 Garzanti